Testi critici

Hanno scritto sulla pittura di Giardini: Raffaele De Grada, Luciano Caramel, Milena Milani, Floriano De Santi, Giorgio Seveso, Roberto Borghi, Francesco Tadini, Giuseppe Vico, Giuseppe Castelli, Giuseppe Franzoso, Luisanna Dalu’, Grazia Chiesa, Marco Beretta, Piersandro Pallavicini, Vito Giuliana, Rossana Bossaglia e altri

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Testo di Rossana Bossaglia per la personale a Castel dell’Ovo “Viaggi Corsari”, settembre 2008

E’ difficile scrivere qualcosa di nuovo e diverso sull’opera di Giardini perché gli studiosi e critici che se ne sono occupati, tra i più attenti e sensitivi nel panorama attuale, hanno saputo cogliervi con estrema finezza il senso del viaggio come metafora.
Metafora di che cosa? Della vita per dirla subito banalmente: dell’andar oltre, dunque, dal finito verso l’infinito, dal rapporto con il mondo verso la solitudine. I suoi viaggi si compiono non a piedi, bensì con mezzi motorizzati, e tra l’altro mezzi moderni, autobus, pullman e così via; mezzi raffigurati con precisione; è presupposto che essi siano condotti e guidati da autisti esperti e consapevoli: ma la presenza umana non è raffigurata né tantomeno sottolineata.

Né è avvertibile, nel silenzio della profondità della visione, il rumore dei motori; e quando il pullman affianca case d’abitazione, nessun essere vivente vi si affaccia; se raggiunge una frontiera non incontra dall’altro lato luoghi di vita, anche quando i titoli ne renderebbero attendibile la presenza.
Qualche volta la descrizione è più minuziosa, talaltra è schematica; ma quando per esempio il pullman è raffigurato di fronte e di spalle per simboleggiare l’andata e ritorno, è fisso in un’immagine senza ritmi interni, è immerso in un totale silenzio.
Va detto che l’artista medesimo in alcuni momenti vive con la sua opera il senso di un permanente addio verso la solitudine; e quando negli stessi titoli delle opere si avverte una fantasiosa rievocazione del mistero, è chiaro che egli intende trasmettere la sua metafora della vita.

Rossana Bossaglia

 

La memoria e l’invenzione:
a proposito dell’opera di cesare giardini     di Luca Arnaudo

Giusto al principio del suo viaggio nel tempo perduto, lo scrittore considera come
“un uomo che dorme tiene in cerchio intorno a sé il filo delle ore, l’ordine degli anni e dei mondi.
Li consulta d’istinto nello svegliarsi e vi legge in un secondo il punto della terra che occupa,
il tempo trascorso fino al suo risveglio: ma i loro ranghi possono confondersi, rompersi”.
Disposto in un diverso ordine di mondi e al capo di altre ore, anche il pittore pare beneficiare
di una simile capacità di sintesi sinestetica nel combinare tempo e spazio in immagini
compiute, partecipi della dimensione del sogno come della lucidità della veglia. Alle volte,
tanto in chi dipinge quanto in chi guarda, i ranghi dell’immaginazione possono confondersi
nelle marce forzate dell’attenzione: ma questa confusione – il rompersi di una momentanea
unità di sentimento, quale alle volte si prova con grata sorpresa dinanzi a un’immagine – è
probabilmente il pedaggio da pagare per aver ottenuto di accedere pur brevemente a una
dimensione tanto differente dall’ordinaria inavvertenza.

L’opera di Cesare Giardini verte da anni sul tema del viaggio: un viaggio, secondo
le stesse parole del pittore, “inteso come luogo dei sogni, della memoria e grande metafora
dell’esistenza”, salvo il limpido ammonimento per cui “quanto di straordinario ci resta di un
viaggio sono in realtà cose semplici e antiche. La luce, gli odori, gli sguardi, le nuvole”. Una
simile dichiarazione d’intenti già basterebbe per candidare tale opera a tramite privilegiato
di una quieta introspezione e, insieme, dello stupore vitalistico proprio dell’inatteso – si noti,
intanto, quanto consonante risulti così la dimensione del viaggio a quella del sonno, al sogno
– ma anche la tecnica affinata dell’artefice si presta mirabilmente al caso. Si prendano in
considerazione, ad esempio, i lavori a olio di Giardini, le sue immagini evanescenti composte
per accorte velature che esaltano le variazioni tonali dell’insieme e, mentre accendono di
vibrazioni cromatiche alcuni elementi centrali nella composizione, intentano un accordo
con le ampie campiture di fondo che tali elementi illuminano di una solitudine metafisica.
Soprattutto, colpisce la prassi del pittore di confondere lievemente con il passaggio di uno
straccio le forme abbozzate e ancora fresche di stesura, per poi riprenderle più nel dettaglio
con un pennello fine: ecco, in questo recupero cosciente di una forma piace rinvenire la
conferma anche pratica di quell’attitudine all’elaborazione della memoria e dell’invenzione
che tanto caratterizza i soggetti di tale pittura.

Si tratta di soggetti spesso ricorrenti, i quali studiati nel loro insieme portano
ad ascrivere Giardini a una linea pittorica sommessa quanto affascinante, forse al momento
poco laureata ma senz’altro importante. Al riguardo, restringendo l’attenzione all’Italia, pare
legittimo accertare una partenza ideale dell’artista di Vigevano dallo straordinario fondo della
scuola metafisica di Ferrara, un suo risalire il corso della pittura favolistica di Dino Buzzati
– della cui scrittura umbratile e misteriosa non a caso Giardini è anche appassionato lettore
– con qualche diversione per le paludi dell’immaginario irrequieto di artisti come Antonio
Ligabue, fino a trovarlo compagno di pochi fidati contemporanei (Antonio Possenti è il primo
che viene in mente). Giardini appartiene insomma a pieno titolo alla linea moderna della
pittura fantastica, una linea che egli prosegue attraverso un immaginario risolutamente
personale, dove alla progressiva rarefazione degli originari intenti più schiettamente narrativi
si accompagna da ultimo l’emergenza di istanze analitiche della realtà vissuta e osservata.
Tale analisi, peraltro, non si presenta mai in senso esclusivamente critico, piuttosto come
componente di un’inedita poetica delle anomalie della contemporaneità: anomalie assunte
come dato di fatto, e in cui pure possono darsi frammenti di una nascosta bellezza. La ricerca
più di recente condotta da Giardini sulle mutazioni del paesaggio italiano appare in tal senso
esemplare. Resse di automezzi accalcati intorno a costruzioni disperse, ripetitori puntati
verso il nulla, strade interrotte che fendono ampi panorami dove l’isolamento è stato barattato
per l’abbandono: questi e pochi altri elementi ripetuti vengono a definire uno spazio straniato,
trasfigurato nella pittura in immagini di sospesa immobilità.

Ciò che mobile e rassicurante rimane, ad ogni buon conto, è la sagoma azzurra di
una corriera che l’artista dispone ad attraversare e superare simili distese. Nel suo modesto,
determinato arrancare la macchina semplice e ormai antica di Giardini diviene allora il
mezzo ideale per avviare l’immaginazione e trasportarla nell’andare del ricordo – quello di un
giocattolo dell’infanzia, ma potrebbe anche essere di un itinerario esotico animato da nuove
luci e nuovi odori, così come di uno sguardo fisso sul moto delle nuvole giusto dietro casa
– fino a farla giungere al punto del tempo e della terra che occupiamo: si viaggia intanto con
una dolcezza di sogno, sonnecchiando appoggiati all’immagine come al vetro appannato di
una vecchia corriera.

Madrid | Cuneo, dicembre 2007

note al testo

La citazione riportata in apertura è tratta da Marcel Proust, Du côté de chez Swann (Gallimard-Folio, Parigi 1988, p. 5). L’intervista a Cesare Giardini cui si fa riferimento è stata curata da Mariangela Maritato per la rivista Arslife ed è disponibile in internet all’indirizzo http://www.arslife.com/dettaglio2.intervista-a-cesaregiardini.
htm. Quanto alla richiamata linea fantastica della pittura italiana, poco organici e ancor meno
frequenti – almeno per quel che sa chi scrive – sono i contributi critici recenti: in materia merita comunque ricordare almeno il volume Da De Chirico a Lèonor Fini. Pittura fantastica in Italia (Skira, Ginevra 2002), catalogo della mostra omonima tenutasi dal luglio all’ottobre 2002 presso il Museo Revoltella di Trieste per la cura di Vittorio Sgarbi.

Ritratto di Lucio Mastronardi

Presentazione di Rossana Bossaglia.

19 ottobre 2007

Dal 19 al 31 ottobre 2007 su invito dell’assessorato alla cultura della città di Vigevano espone Cesare Giardini con la mostra: “Luoghi e non”. La mostra è in coincidenza con la ormai abituale “Settimana letteraria vigevanese” che si tiene nel Castello di Vigevano ed in altre sale pubbliche compreso il teatro L. Cagnoni. Quest’anno la Settimana letteraria vigevanese ha per tema “Il viaggio nella letteratura” ed proprio il tema del viaggio il leit motiv della ricerca pittorica di Cesare Giardini.
Tra gli ospiti che daranno il loro contributo nei numerosi incontri spiccano i nomi di due scrittori che del viaggio hanno fatto un momento predominante della loro narrazione: Claudio Magris e Paolo Rumiz.

Inserito nella Settimana vigevanese è momento di risalto il tradizionale Premio Lucio Mastronardi, premio letterario dedicato allo scrittore vigevanese e scomparso nel 1979. Durante questa manifestazione Cesare Giardini farà dono all’amministrazione pubblica di una opera che ritrae Lucio Mastronardi con la figlia Maria. Per l’occasione sarà pubblicata una brossure con un testo di Rossana Bossaglia. Il quadro sarà successivamente collocato nella biblioteca civica dedicata a Mastronardi.

L’idea che Cesare Giardini ci vuole trasmettere con la sua ricerca è quella di una visione del viaggio come di un grande contenitore di memorie, di sogni e, naturalmente, di metafore. Giardini sostiene, comunque, che quello di straordinario che ci resta di un viaggio sono in realtà cose semplici e antiche. La luce, gli odori, gli sguardi, le nuvole. Quindi, continua Cesare Giardini, non sempre è necessario fare viaggi di quindici ore d’aereo per veder cose meravigliose, a volte, basta un breve viaggio in corriera, magari sulle colline, per scoprire cieli con colori diversi, il pane con un sapore diverso, dialetti altrettanto diversi come le lingue delle popolazioni più lontane. Probabilmente con questo suo pensiero Cesare Giardini ci vuole trasmettere anche la chiave di lettura di un elemento ricorrente nell’intero arco della sua pittura: la piccola corriera blu, una corriera che forse è anche il ricordo di un giocattolo, smarrito, o di una presenza amica ormai in estinzione.

Il racconto pittorico di Cesare Giardini ha molte sfaccettature e dai suoi paesaggi che ci portano immediatamente in mondi fantastici si passa alla rappresentazione di personaggi, anche questi con un che di fiabesco, che ci portano ad immaginare i protagonisti del Grand tour con i loro bislacchi bagagli. Oppure personaggi letterari, anche questi considerati, comunque, come compagni di viaggio o incontri reali trasformati dalla fantasia dopo lunga sedimentazione nella memoria, come nel caso del recente lavoro intitolato Domenica a Sarajevo. Nello scorso inverno Cesare Giardini ha tenuto due mostre personali a Milano dedicate allo scrittore Dino Buzzati nel centenario della sua nascita. In queste mostre l’artista ha cercato di realizzare una sua trasposizione poetica delle atmosfere raccontate nel romanzo Il deserto dei Tartari. Il deserto dei Tartari si allaccia con coerenza alla ricerca che Giardini porta avanti sul nuovo paesaggio incombente, dove dal due al tre troviamo le campagne che circondano le nostre città trasformate da presenze architettoniche per lo meno inquietanti. Queste cattedrali nel deserto con immensi parcheggi suscitano nel pittore quel vago senso di nostalgia che impregna la sua pittura. Nei prossimi progetti artisti di Cesare Giardini è in calendario una mostra dedicata allo scrittore svizzero Robert Walzer, autore de “La passeggiata”, tema che ha molto affascinato Giardini pittore e narratore di viaggi.

“Il ritorno dei tartari”. Da e per Dino Buzzati.

2 dicembre 2006
« Buzzati è stato un artista (e definisco con queste parole anche lo scrittore) dai molti volti, ma nel medesimo tempo sempre uguale a se stesso, fedele al tema del viaggio che Lei sottolinea nel suo sensitivo discorso, e fedele al gusto di raccontare, che Lei pure sottolinea, non di scrivere.
La narrativa di Buzzati alla quale la Sua pittura – quella di Giardini intendo – si affianca, è insieme favolistica e arguta, donde il suo fascino – l’arte, non essendo un’attività legata ad un uso pratico e utilitaristico, è un gioco, ma il gioco in quanto tale, se di bella qualità, è un’arte. »

Rossana Bossaglia

Dalla presentazione della mostra personale “Il ritorno dei tartari. Da e per Dino Buzzati”, Galleria D’Ars. Milano, Via Sant’Agnese 12/8.
Contributo del pittore Cesare Giardini al centenario della nascita di Dino Buzzati.
Presentazione di Rossana Bossaglia. Mostra a cura di Grazia Chiesa.
Cesare Giardini: frontiere e orizzonti

Alcuni orizzonti si annidano, timidi e schivi, in quegli angoli bui ed invisibili che mai degniamo di uno sguardo. Altri prendono corpo di immagine, uscendo romantici o impertinenti dalle pagine di un libro, dall’aria di una vecchia canzone o da quella che si canticchia la mattina sul tram; altri ancora si condensano nella fatidica nuvoletta dei sospiri, in seguito al processo di evaporazione delle acque della memoria. Ma quelli più fortunati, quelli che loro sì, sono ammirati, coccolati e persino “creduti”, tanto da venire per sempre immortalati nella veste colorata di un quadro, eletti a immagini della poetica del proprio vate e benefattore, sono gli orizzonti custoditi nell’anima dell’artista. Liberi e felici si stringono, si allargano, si deformano e si srotolano lungo cromatici e imprevedibili percorsi di tela fino a diventare scenari di spazio, tempo e vita per chiunque voglia immergervisi, intraprendendo a partire da lì, il proprio viaggio con tanto di valigia, cappello e corriera.
Ebbene, il bagaglio a mano di sogni, suoni e visioni del pittore Cesare Giardini, da anni suo fido e umile compagno di avventure, ha valicato monti, attraversato pianure, percorso tragitti fra stelle e tempeste, scrutato l’infinito dagli altopiani dei desideri: a piedi o a bordo di pulmini e treni sospesi, a volte nella solitudine del viandante, a volte in compagnia di altri migranti.
Onirici, artistici o reali che siano, i percorsi pittorici di Giardini sembrano raccontare la libertà dei popoli nomadi, la preziosa miseria di chi parte col destino scritto sul palmo della mano e mille case di fronte, sospinti dal vento di parole che dolcemente scuotono la barba del viaggiatore, il tendone di un circo o le indecifrabili nuvole che muovono all’orizzonte: …per la stessa ragione del viaggio, viaggiare… (F. De André).
Villaggi, cascate o semplicemente strade, gli approdi più o meno temporanei delle peregrinazioni sin ora dipinte da Giardini… ma c’è qualcosa di nuovo, un inusuale e dilagante fenomeno architettonico, ad infestare gli spazi sconfinati dei paesaggi cui il vagabondo si affaccia. Si ha anzi l’impressione che il cammino di quest’ultimo si sia arrestato per un momento, silenzioso e riflessivo, a contemplare dall’alto il suo mutato “futuro pittorico”, preferendo non comparire sulla tela, per studiare concentrato l’imprevista mappa di una nuova geografia. Di quale metamorfosi si sta parlando? Dell’inarrestabile ondata di quei standardizzati complessi multifunzionali, la cui struttura sembra non tenere in alcun conto il terreno e la storia del paesaggio su cui poggiano. Come enormi giocattoloni atterrati dal pianeta del nuovo mercato, sono finalmente oasi dell’intrattenimento omologante e del consumo pilotato e prêt-à-portèr, i mall o centri commerciali che costellano di parcheggi e preconfezionate aspettative domenicali, gli spazi desertici e desolati ora terra di più massicci pellegrinaggi. Un turismo da cui forse inizialmente il nostro viandante prende le distanze, abituato ai misteri di miraggi ben più “naturali”, ma rispetto ai quali non può certamente far finta di niente: fanno parte del viaggio e, dopotutto, segnano nuove frontiere, cui ci si può fermare, ma dalle quali ci si può anche tranquillamente allontanare.

Sono invitanti, sicuri e rassicuranti. Ridisegnano lo spazio di soste e certezze e spezzando il romanticismo di un cammino verso l’ignoto, lo arricchiscono tuttavia di nuove suggestioni… sono forse arrivati i Tartari di Buzzati? Hanno rotto l’attesa di un avamposto nel nulla, colonizzandolo di nuove presenze e aiutandoci a sfidare le ansie del vuoto? Sicuramente non esorcizzando queste ultime con metodi psicanalitici. Bensì con l’utilizzo dell’automobile e di un allettante pacchetto divertimento-convenienza che, nel favorire un certo tipo di pigrizia, ne combatte forse un’altra, se ci si guardasse intorno e si contemplasse, da sognante e acuto menestrello, il nuovo paesaggio. Anche se queste novelle periferie neutrali, nulla o ben poco hanno di romanzesco, avventuroso, né tanto meno bucolico ed aulico per essere illustrate e cantate, possiedono tuttavia un fascino ed un che di fatale, tali da immergersi epicamente in uno di quei famosi orizzonti, cui Cesare Giardini ha voluto dar voce, storia e colore. In mezzo a distese desertiche, a volte sabbiose, forse rocciose ma dai colori caldi, torridi e poco lontani, ecco dei luoghi: abitati, veri, di plastica? Raggiungibili, pericolosi, ospitali? Quel che si sa è che fra terra e cielo continueranno ad esistere oasi sospese, cui credere o meno, laddove sostare o dalle quali scappare. Fonti d’acqua sempre più miracolose vendute alla sete dei pellegrini, che con entusiasmo o diffidenza valuteranno se lì volgere il loro cammino o se, come per ora il nostro viandante con cappello, valigia e non ancora auto-munito pare suggerirci, guardare ancora più lontano. Nei quadri che qualcuno definisce surreali, qualcun altro metafisici del pittore Giardini, è facile scorgere laggiù, in fondo, lungo i contorni di una collina, o ai confini del giorno, il guizzo bianco di una via di fuga; la scia birichina di una strada che conforta il viaggiatore, ne addolcisce lo sguardo, e fa comparire impercettibile sul suo volto, accarezzato e segnato dal vento, l’ombra di un sorriso.

Viola Lilith Russi

Dal catalogo della mostra “Il viaggio”, galleria Il Cannocchiale.
Luciano Caramel. Milano. Ottobre 1996.

“Il viaggio” di Cesare Giardini

Il viaggio è un vero tòpos della letteratura e dell’arte. Da sempre, anche proprio in modo diretto, esplicito, ma pure traslato, metaforico, e ancora non solo sul registro estensivo geografico, ma anche su quello interiore: da Marco Polo a Goethe, a Stendhal, a Proust a Kerouak, e da Bellotto a Gauguin a Michaut.
Sopra siffatto registro è, da tempo e per natura, Cesare Giardini, un pittore singolare, segnato da una visionarità tutta sua, aperta all’esterno attraverso l’affondo nella fantasia e nell’invenzione. Ossia proteso ad un fuori che è proiezione del dentro, che anzi con questo si confonde, è tutt’uno.
Su tale linea, oltre un decennio fa, fra l’83 e l’84, si attestava la serie di dipinti intitolata pertinentemente Giardini e sogni, abitati da curiosi personaggi distesi su dei letti immersi in giardini, appunto fioriti, attraversati spesso da una striscia- sentiero che punta verso dei cancelli che lasciano intravedere il mare sotto cieli stellati.
Mentre tutt’intorno si impongono cose ed anche, figure assolutamente improbabili fuori della logica del sogno, entro una poetica sospensione e incongruità che è propria di una condizione immaginativa libera. Dove si insinua anche la “citazione” della pittura, e del fare pittura come in un quadro che accoglie, tra l’altro, un pittore al lavoro, con pennello, tela e cavalletto. O come in un altro in cui è inscenata una sorta di “Déjeuner sur l’herbe” da periferia, che però è accompagnato dalla presenza di una figuretta che pare di Denis, seppure, sempre, d’un Denis “tradito”.
Non meraviglierà nessuno, a questo punto, che un’altra serie si ispiri – nella titolazione, almeno – al deserto dei Tartari, e che un’ulteriore gruppo di lavori sia invece dedicato a L’uomo che parla con le cascate.
Si tratta testualmente, di immagini di un attempato signore barbuto nello scenario di una natura ove sempre è presente una cascata – incombente o discreta. Diffusa o appena evocata, dirompente o tranquillamente elegiaca, primattrice o comprimaria – in cui quel personaggio si esibisce nelle positure, e situazioni, più varie, in atto di camminare, con cappello e bastone, oppure seduto, o come in posa di omaggio-venerazione dell’acqua che cade, e persino mentre attraversa in bicicletta un ponte lanciato sui gorghi della cascata in piena. Lungo un ininterrotto “viaggiare” che offre vedute-visioni inattese: fanciulle-ninfe che si bagnano nello specchio d’acqua prodotto dalla cascata o, per converso, ponti, case e persino degli autobus di linea che si offrono all’orizzonte o si presentano, ingombranti, sulle strette curve dei sentieri montani, come, quasi, ma con una traduzione mentale, in certi “ex voto”. E siamo, qui, già ai personaggi degli ultimi quadri, cui, all’insegna esplicita de il viaggio, questa mostra è dedicata. Ma prima mi si conceda di ricordare un gruppo di opere dal soggetto, nuovamente, inusitato: i Contrabbandieri, colti nel loro viaggiare nella desolazione notturna dei ripidi monti, sotto i cieli impietosamente sereni o tormentati dalle nubi, in lunga fila, quasi formiche cariche della preda che si muovono verso la meta in un certo senso “obbligata”, per necessità “di natura”. Quegli “spalloni” resi uguali dal loro destino e dal peso che da da quello consegue ci si presentano, in contesti ambientali quanto mai suggestivi, e fuori dalla cronaca. Ché – dovrebbe esser ormai chiaro – Giardini nulla ha mai a che spartire con la narrazione illustrativa, con mimesi dell’apparente e del contingente. Ed ecco infatti, spesso, dominare dall’alto la scena due luci-occhi arcani, che liberamente paiono richiamare analoghe soluzioni del primo De Chirico e, attraverso questi, di Bòklin. Con un simbolismo non insistito, e soprattutto non descritto, e invece incarnato nella figurazione.
Ma, dicevo, in certi quadri de L’uomo che parla con le cascate, del ‘93-‘94, si insinuano personaggi – umani e no – che dominano le opere più recenti dell’artista, in cui s’accalcano “compagni di viaggio, pellegrini e viandanti trascinanti improbabili valige” che, ha scritto Giardini, “ si sono visualizzati man mano nei miei pensieri: così trenini, corriere blu, piroscafi e vaporetti si affacciano timidamente in vaghi paesaggi della memoria o della fantasia, affollando di mille schizzi e bozzetti ogni angolo del mio studio”.
“ Paesaggi della memoria e della fantasia”, appunto, queste immagini ci offrono una volta di più una realtà che rifugge dalla registrazione del saputo, dei Déjà vu e che, figurativamente, vive negli spazi elastici che ad una siffatta condizione ben corrispondono. La “leggerezza” che connota questi “pellegrini e viandanti” è conseguente all’adozione di un linguaggio peculiare che prima di tutto strutturazione spaziale. Come s’è detto, e poi nel taglio delle figure, nella scelta , non di rado delle diagonali e nella vibrazione medesima della linea e del colore dà forma transitiva all’apparire-esistere di queste realtà-fantasmi di un’esperienza – transitiva, sempre – dell’esistere.
E vien da parlare, allora, di messaggio poetico. Non però in senso letterario, per la dominante icasticità di forme, proprio, di colori, di linee, di volumi del racconto, veloce, immediato ( ma frutto di decantazione, radicato nei tempi lunghi della memoria), eppure capace di sospensioni e arresti carichi di significato, come in certi ritratti che sono ritratti di una condizione esistenziale, di un essere profondamente individuato, mai l’istantanea di un esterno apparire, anche allorché pare dominare l’allusione stenografica, che è invece l’ostensione, attraverso gli strumenti della pittura, di una mobilità psicologica coniugata con una sostanza tutt’altro che superficialmente sfuggente.

Luciano Caramel

Cesare Giardini: “Journeys”.
Luciano Caramel. Milano, ottobre 1996.

Travelling, pilgrimmage, or simple wayfaring has a recurring theme in litterature and art: either as a directly explicit description, or as metaphoric symolism and then too. Not only seen in the geographical sense, but also inerpreted as journey into the personal or spiritual essence. From Marco Polo to Goethe, to Stendhal, from Proust to Kerouak, and from Bellotto to Gauguin and Michaut. Because of his very personal interpretation, Cesare Giardini has always been an unusual artist, marked by a completely individual visionary perspective, opening out towards the external world from the submersion within his imagination and creative invention. In other words, a projection towards an exterior which is at the same time, a projection inwards towards his personal vision, which, instead of creating a contrast, amalgamates to form a complete oneness.
Based on this principle, over ten years ago, between 1983 and 84, Giardini produced a series of works, appropriately entitled “Giardini e sogni” ( gardens and dreams) (The artist’s name Giardini means “gardens”). These paintings were inhabited by strange figures reclining on beds inmersed in fllowering gardens often crossed by pathways leading to a gate which permitted a glimpse of the sea under a star-lit sky. While these paintings sometimes focalise objects and sometimes even figures which are absolutely improbable except when considered in a dream context, a poetic suspension and incongruity exists as the result of the imagination in a condition of complete liberty. In certain works, the “definition” of the art of painting-the method of painting, has been included, as in one composition showwing an artist at work with brush, canvas, and easel; or another showing a kind of suburban “Déjeuner sur l’herbe” but which includes a figure who seems to be Denis, though as always, a Denis “in transmutation”.
It is hardly surprising at this point, that another collection of paintings have been inspired (at least in the title) by “Il Deserto dei Tartari” (Desert of the Tartars), and yet another series is dedicated to “ L’Uomo che parla con le cascate” ( Man in communication with a waterfall). This series literally describes an elderly bearded figure in a landscape where a waterfall is a always represented: sometimes hardly noticeable-or a proeminent element; diffused, or only just hinted; explosive, or quietly melancholy; seen as the principle element or a complementary feature, and where the bearded figure is represented in the widest range of situations and positions: simply walking, with hat and cane, seated, or in a position of veneration and hommage before the cascading water-and even on a bicycle as he crossed a bridge spanning the waterfall at its most powerful. All along this uninterrupted voyage which offes unexpected scenes and visions: nymphet maidens bathing in mirrored waters (naturally produced by a water-fall), or in complete contrast- bridges, houses, and even the local bus seen on the horizon, or invading the narrow curve of a mountain road, almost as if they were votive offerings (though in a mental interpretation). This now brings us to the characters depicted in the ultimate series included in this expositions under the explicit title “ Jouneys”.
But first let me recall another collection of works by Giardini with the unusual theme: “Smugglers”. Smugglers captured by the artist as they cross desolate nocturnal mountain passes under pitiless cloudless skies or menacing storms. Ant-like, loaded down with their spoils, moving in indian file towards their destination, seemingly ”foced” or “constrained” because of their very nature. These wide shoulders, molded to the same shape by their common destiny and the weight of all it represents, are depicted against extremely suggestive landscapes, very different from images of the commonplace. By now it is obvious that Giardini has little in common with narrative illustration, with the imitation of the apparent and the conventional. Often is landscapes are dominated from above by a pair of enigmatic lamp-eyes that recall to mind (with all due licence) similar solutions adopted in early De Chirico works, and as a result, in others by Bòklin. The symbolism is not implicit, and above all, not explicitly descibed, but embodied in the figuration. But as I remarked earlier, in the 1993 – 94 series: “Man in communication with a waterfall”, certain figures-human and otherwise-have infiltrated to dominate the artist’s more recent works. Giardini writes:”Trongs of travelling companions, pilgrims, and wayfares dragging improbable baggage came to mind one after the other: the little trains, the blue buses, the steam ships, and the river boat timidly came to the surface in the vague landscapes of my memory or imagination, filling up every corner of my studio with rough drawings and sketches”. “Landscapes of memory and imagination” is the exact description. Once again, these images offer us a reality Which flees from the recording of the over-familiar. The déja vu, and which figuratively exists in the elastic space which corresponds so well with this type of situation. The ethereal quality that distinguishes these “pilgrims and wayfarers” is the result of a special language adopted first of all in the spatial structure, as described previously, and then in the recurring choice of diagonal lines and in the vibration provoked by those same lines, as well as in the colour, all of which provide the transitive form for the appearance-existance of this illusion-reality of the (always transitive) esperience of life itself. It is impossible, of course, to neglect the poetic message. However, this is not a message in the literary sense because of the dominant reproductive reality: form, shape, colour, line, volume; the narrative- rapid and immediate ( but at the same time, the fruit of a long decanting process, deeply rooted the distant echoes of memory) and yet capable of the suspension and the pauses charged with signification and insight similar to that found in certain portraits which demonstrate an existential condition, a deep insigth into the personality and character, not merely a brief glimpse of the external appearance.
Even when certain stenographic images seem dominant, this is mereley ostension- a result of the use of the tools of the art- psycological mobility combined with a quintessence which is anything but superficially evanescent.

Luciano Caramel

BLADE BUS (BUS RUNNER)
Testo di presentazione della mostra: Un pittore e il suo viaggio. Milano 1999. Fondazione marco Mantovani. Presentazione all’inaugurazione di Raffaele De Grada.

L’inquadratura si stringe. Il primo piano diventa primissimo: solo il taglio degli occhi metallici, grigi. E la voce che arriva fossile, spossata…
“Io ne ho viste cose, che voi viaggiatori d’auto, d’aereo e di treno non potreste immaginarvi… Zie esili in astrakan nero, col filo di perle e la spilla oro antico, spingersi a forza di borse (e dentro i sedani, le violette di Parma, le buste settantadenari maròn…) per salire su SGEA affollate, a Luino, nel mercoledì di mercato… e diventare, dall’alto del mio sedile, una frenesia atomica di teste cangianti di cachet azzurrati…
E ho visto uomini soli, rappresentanti forse, o forse poeti e scienziati, contenti per ore di una povera Gazzetta crespa e scaduta ritrovata dietro un sedile, scegliere come per caso una delle cento fermate nel nulla della tratta Alessandria-Pavia…e scendere, in un pomeriggio di lampi e di tuoni, per sparire, dietro le righe di pioggia dei finestrini, lungo un sentiero invisibile tra le risaie…
E ho visto studenti dormire per giorni, addosso gli stessi vestiti, seduti sullo stesso sedile, la testa avvolta nelle tendine stantie, sognando tregua dalle chiacchiere dei pendolari e un’altra notte di quiete nel deposito SITRA di Vimercate…
E tutti quei minuti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. Come gocce di nebbia sotto le spazzole dei tergicristalli… E’ tempo di partire…”
L’inquadratura lascia il volto dell’uomo e s’allarga. Eccolo salire a fatica i tre gradini. Ecco il soffietto chiudersi. Il motore già acceso, sale di giri. Una nuvola grassa di diesel. E, in campo lungo, spostando il fuoco verso la curva sul fianco della collina, ecco ogni cosa dissolversi tra targa e lunotto, nel celeste perduto di una vecchia corriera.

Piersandro Pallavicini

Il Viaggio di Cesare Giardini

…se c’è qualcosa nella pittura che oggi sta cambiando o è già cambiato è il fatto che l’artista sente che la sua immagine deve essere un’immagine che cambia. Indipendentemente dal metodo pittorico o dalla tecnica con cui viene realizzato questo cambiamento.
Questa, mi pare, sia una lezione che ci viene dall’America ma che possiamo far nostra anche in Italia.
Anche Giardini, validissimo artista di questo tempo, fa sua questa lezione, quando cerca di captare un’immagine e poi suggerisce allo spettatore quello che può venire dopo l’immagine, lasciandolo libero di pensare quello che vuole, di sentire quello che vuole. Io ho capito che questo può diventare un simbolo e perché no, un feticcio del nostro tempo.
Questa è stata la grande forza di Andy Warhol, famosissimo artista, il quale è riuscito a rappresentare delle immagini, come quelle di Mao Tse-tung o di Marilyn Monroe che sono poi diventati dei simboli, o per meglio dire, dei feticci. Giardini è un artista che ha questo senso del retrocedere delle immagini, non per niente ha dedicato una mostra al viaggio, un’altra ai contrabbandieri, con immagini che fanno pensare a qualcosa che avviene rapidamente, che non si fissa, che non è statico. Il contrario della pittura così com’era stata concepita fin dal trecento.
Già Umberto Boccioni all’inizio del secolo annotava che quando si va in treno il paesaggio che scorre davanti a noi è continuamente mutevole e che noi lo cogliamo solo nella sua mutevolezza e nella sua trasformazione.
Inoltre, cogliendo la differenza tra quelli che restano e quelli che vanno, sottolineava che, nel momento della partenza, c’è un qualche cosa che si stacca da noi e che viene interpretato diversamente da quelli che stanno alla stazione a veder partire il treno e quelli che invece partono con il treno.
…e poi, ci sono gli addii, quei momenti in cui si ha l’impressione che possa essere l’ultimo momento dell’incontro tra due persone… Secondo me Giardini queste cose le ha capite molte bene, e lo dimostra, in maniera validissima, quando cerca, soprattutto nei ritratti, di fermare l’immagine continuamente in movimento che continuamente sfugge davanti ai nostri occhi.

Raffaele de Grada
Milano Fondazione Marco Mantovani 9 dicembre 1999 , conferenza.

OGGI SI PARTE
Personale allo Spazio cultura di Cortina d’Ampezzo, 14-29 luglio 2000.
Testo di Milena Milani.

Viaggiare è certamente una passione. I preliminari della partenza sono affascinanti, si preparano le valigie, si abbandona un luogo per un altro, si è proiettati nel futuro.
A volte si parte soltanto con il pensiero, si viaggia in una stanza, come avveniva a Marcel Proust. Per il pittore Cesare giardini, il viaggio è una ispirazione, i personaggi dei suoi quadri affrontano i disagi con disarmante allegria, afferrano borse e valige con noncuranza, e l’artista va insieme a loro, per mare, per terra, per aria, come fosse provvisto di ali, novello Icaro che contempla il mondo, senza mai cadere.
Anche i contrabbandieri iniziano spostamenti, vanno a piedi su sentieri difficili, soprattutto nelle notti buie. Ogni essere umano è un viandante sulle strade del mondo, anche se non esce di casa. Giardini vive in una città come Vigevano, che lo scrittore Mastronardi ha reso famosa, in cui esiste una Piazza Ducale rinascimentale, quasi rettangolare, dominata dalla Torre del Castello, dal Duomo, e cinta per tre lati da edifici e portici.
In quel magico spazio ci si può muovere con la fantasia: è quanto fa l’artista Giardini con i simbolici protagonisti delle sue opere, comprese le ragazze che passano veloci, con le teste nel vento, enigmatiche e anche stralunate, “Oggi si parte” con gli autobus, le corriere, gli articolati, si va avanti a ogni costo per raggiungere che cosa?
Nessuno lo sa, nessuno si preoccupa di saperlo.
L’essenziale è andare, allontanarsi, emigrare, vagabondare, e poi anche morire.

Milena Milani
Cortina d’Ampezzo venticinque giugno 2000

INVITATION AU VOYAGE
Personale Monaco, Montecarlo, galerie PatioArt, 6 dicembre 2000.
Presentazione di Milena Milani.

“…..ordre et beauté,
/ luxe, calme et volupté”

Où peut-on s’échapper? A-t-on besoin d’accepter la propre vie et la propre condamnation, de rester dans un seul lieu, une seule place, peut-être là où on est né? Ou bien chisir l’imprevisible, l’absurde, prendre une valise et partir?
Si on regarde les hommes de Cesare Giardini, ses personnages surréels, toujours sur le point de bouger, de prendre l’autocar, au-dessus d’une tame, ou peut-être un train, un bateau, un avion, on ne peut que les envier, parce qu’ils ont décidé, sans trop penser, aux futurs déplacements. Certains s’en vont a pied, comme les “spalloni”, les “contrebandiers” sur les montagnes, en file indienne, qui vont dèpassers les frontières, sans peur qu’elles soient fermées.
L’existence est un voyage, même dans périmétres de notre chambre, comme cela arrivait a Marcel Proust. Mais pour se comporter comme célèbre écrivain, on a besoin de beacoup de fantaisie.
Par contre, pour les personnes normales et pour les citadins, sont nécessaires des groupes organisés, des agences des réservations: le départ parait alors plus sûr.
On fait des connaissances, on bouge tous dans le même destin, d’un continent à l’autre, peut-être sans rien voir, sans rien assimiler.
Dans le peinture de Monsieur Giardini, rien ne se passe. Ils ont dans la tête des rythmes poétiques, peut-être les vers de Charles Baudelaire “Invitation au voyage”, “Les fleurs du mal”, où l’on peut souhaiter la doceur d’un paysage différent, lequel, en réalité, devient le but de nos jours futurs.
C’est un endroit miraculeux où il y a similarité avec nous-mêmes mais il doit être découvert et reconnu. Là-bas, il y a “..ordre et beauté / Luxe, calme et volupté”.
En écoutant l’énumération de cette merveille, les coeurs des ses “Viandanti” (hommes et femmes, jeunes et vieux) ont les battements qui s’accélèrent.
Il est très singulier qu’un grand poète (né en 1832, décédé en 1867) eut les mêmes idéaux qu’un artiste d’aujourd’hui, dans ce cas, ceux de Cesare Giardini.

Milena Milani

L’avventura espressiva di Cesare Giardini
Dal catalogo della mostra “I giorni della merla”. Sondrio, Palazzo Pretorio. Febbraio 2003.

I.
Viaggio e musica sono due moduli, esistenziali e tematici, che regolano l’ordine e i clamori di questi nostri tempi. Per Cesare Giardini il viaggio è – si può dire – un tema araldico della sua pittura, che nella sua capacità di stupore e d’impassibilità, di passione e di distacco, porta in sé la via che conduce al “vuoto”, all’atopos fenomenico che tiene insieme, in una reciproca tensione, il diverso senza poterlo mai conciliare.Quanto alla musica, essa si esterna nelle dediche: pensiamo, ad esempio, alle svariate versioni di Susan dei marinai, tre oli su tela del 1999 ideati anche come omaggio a Fabrizio De André; pensiamo alle parole di Blowing in the Wind di Bob Dylan inserite, in esergo alle riproduzioni delle opere, nel catalogo approntato per l’Antologica di Vigevano sempre tre anni fa.
Come il viaggio genera per suo conto una lunga galleria di quadri, che passano attraverso la penisola Sorrentina o per le brughiere portoghesi, così il gusto del richiamo agli autori d’elezione, non solo figurativi, ha occasionato la partecipazione ad una collettiva internazionale, a Roma nel 1988, consacrata al musicista ellenico Mikis Theodorakis. Però infine, proprio il viaggio è il tema dominante o se si preferisce, il leitmotiv tematico dell’avventura artistica di Giardini, in cui l’io e le cose, il passato e il presente, si mostrano in inedite configurazioni che possono produrre una vera e propria episteme, o meglio una sophia: ciò che in molti frammenti del Passagen-Werk, Benjamin chiama “l’ora della conoscibilità”. Se è vero – come è vero – che una sua mostra personale lo assume nel titolo (questo nel 1996). E se poi pare evidente come il gesto del viaggiare (nel vento, in corriera, nel mare dei colori) diventa una costante che dà alle tele mobilità e il croma indefinito dell’attesa di qualcosa di fantastico e mirabolante.E’ un qualcosa di inconosciuto che s’incontra per la prima volta ma anche il ritrovamento nei meandri della memoria, di un qualcosa che si era sempre posseduto, dove emergono episodi che non tracciano un pròsopon, un ritratto in divenire, quanto piuttosto un ritratto divenuto, già tracciato, già definito in tutti i suoi dettagli.

II.
Non c’è opera pittorica e grafica di Giardini che non nasca da uno spunto realistico: la vecchia corriera, la nave, il treno a vapore, il ritratto dell’amico, il circo di periferia, il paesaggio mediterraneo. Ma non c’è neppure opera in cui quello spunto non diventi metafora esistenziale, indizio fantastico. La sua pittura non prevede enigmi, anche se testimonia l’incessante presenza nella vita dell’invisibile, che viene affermata nella contrapposizione di un Mondo che apre e di una terra che custodisce, riproducendo il carattere di non nascondimento proprio della verità intesa come alétheia. In effetti, l’immaginazione giardiniana sceglie spontaneamente i propri simboli, li associa e li organizza nella logica del sentimento che la sollecita. Tuttavia, in andata e ritorno del 2000 e nel casello n.10 dell’anno appresso, l’operazione di Giardini non potrebbe iscriversi nell’automatismo surrealista o nel silenzio metafisico, proprio perché questa spontaneità dell’immaginazione non agisce separatamente dal sentimento che la sollecita e che dalla rêverie viene messo a fuoco e costruito in immagine. Mentre gli orologi da panciotto di Dalì si squagliano suggerendo che il tempo è metamorfosi, ma soprattutto putrefazione, e che i treni di De Chirico, esasperando la fissità fino alla rivelazione del Nulla, non partono né ritornano, i viaggiatori di Giardini navigano sul cielo suggerendo, con l’assenza di rive, l’idea della fluidità come di un’increspata distesa d’acqua, sconfinata a vista.La visione di un paesaggio azzurrino rafforza il riferimento subliminale dell’elemento fluido: liquido come l’acqua ma leggero come il cielo.

III.
Nei più recenti dipinti di Giardini – da il Viaggiatore a La frana del 2001 – la realtà è come la neve che si scioglie: come la sabbia che si disperde al minimo soffio di vento: come il tempo che si logora e si consuma. utto è ombra, raccontato nell’ombra, intrecciato nell’ombra. Tutto è hanté: abitato, ossessionato, posseduto dagli spettri, come quelli che occupano i sogni del suo Rimbaud e del suo Barbablù. Su questi sottofondi vanenti gli uni negli altri, e che ricuciono come un quilt, come un tessuto rattoppato, un’idea prospettica del tutto assente in termini non solo disegnativi ma anche cromatici, le creature quasi piumate di Giardini guizzano riflesse su se stesse come sulla lontananza della propria favola, grafite con una “scrittura” che ne rende tremolanti e incerti i contorni. Si tratta di una Koine piumata, appunto, ma di piume che si chiudono, come quelle degli anatitidi che lasciano filtrare con discrezione l’acqua d’amnio in cui nuotano volando e le stesse accensioni di spazio scardinato, ma raggiante e antico al pari di certi crepuscoli di fuoco che si fanno cenere lilla prima di annullarsi nella notte, in cui si trovano a essere, e in cui anche la terra e l’acqua sono ormai cielo agravitazionale. Come altri artisti della sua generazione, Giardini è un camaleonte e un acrobata. Sa raccontare, con un “cuore ardente come un vulcano” e “profondo come il vuoto”, le benedizioni e i lamenti e le estasi degli uomini, assumendo la “voce” e il linguaggio di personaggi che non hanno nulla a che fare con i fantasmi. Con la massima naturalezza, diventa la prostituta Susan o il guardiano del faro.
Non dimentica mai che il primo camaleonte della cultura occidentale è stato Apuleio, che giocando con i trucchi della sua “scienza acrobatica” compiva la più solenne delle iniziazioni: quella di abbattere il confine, il chòra, la frontiera tra la realtà e la finzione.

Floriano De Santi

Cesare Giardini: pittura come ”viaggio” surreale nel mondo dell’anima

Il “viaggio” di Cesare Giardini prosegue, costante, nell’ultimo ciclo dell’attività artistica del maestro vigevanese.
Un pittore singolare Giardini che, nel suo percorso artistico, depone vecchi abiti e ne prende altri nuovi e, come un nuovo foglio bianco, viene a riscrivere, con pennelli e colori, la propria esistenza.
Il mondo di Giardini è come una lastra fotografica già impressionata, ma non ancora completamente sviluppata. L’immagine della vita c’è in tutti i suoi particolari e non rappresenta altro che il procedimento dello sviluppo fotografico che fa apparire l’immagine nella lastra.
L’esistenza umana, come nel processo di sviluppo, è una camera oscura; è l’oblio, la mancanza di conoscenza, l’ignorare tutto. Se ci fossero la luce, il sole, il conoscere, il ricordare s’impedirebbe il processo regolare di sviluppo.
L’anima, cioè lo spirito individualizzato, indubbiamente esiste da sempre come “scintilla” divina in ognuno di noi e tende ad assumere un qualunque “veicolo” per lmanifestarsi sulla terra.
Cicerone nel “De senectute” affermava: …gli uomini conoscono molte cose prima della nascita ed hanno la capacità nella tenera infanzia di afferrare fatti innumerevoli, con una rapidità tale che dimostra come essi non ricevano questi fatti dentro di loro per la prima volta, ma li ricordano e li richiamano alla mente.
C’è una parte del nostro animo dove non giunge la nostra coscienza: l’inconscio. Dove sono depositate e conservate tutte le nostre esperienze passate. Niente va perduto: questo bagaglio ci segue sempre anche se non ne siamo coscienti. Il mutamento delle forme, in tutte le cose, è inarrestabile. Il cambiamento è anzi necessario e avviene, unicamente, perché la vita possa continuare in un modo più pieno, in forma sempre migliore, secondo la legge dell’evoluzione che accompagna la vita. Un continuo lungo “viaggio” dell’uomo, che ha inizio con la venuta su questa terra e che prosegue a fasi alterne per tutto l’arco della nostra esistenza.
Così si presenta il viaggio nella vita artistica di Giardini, un viaggio che ha inizio in pittura sin dal 1983 con i suoi “Giardini dei sogni” e che prosegue poi, con il passare del tempo, nella serie del “Deserto dei Tartari” e con il meraviglioso gruppo di lavori dedicato a “L’uomo che parla con le cascate”.
Diciamo che tutte queste tematiche prendono vita dall’inconscio dell’artista. Ma che cos’è in definitiva l’inconscio se non l’anima che in sé conserva tutte le esperienze della vita passata?
Lo spirito individualizzato, con tutte le sue capacità, è in contatto con il tutto, con tutto ciò che è vita.
Ma non comunica alla parte cosciente ciò che sa, e questo avviene solo in particolari circostanze.
Prima e, meglio, degli attuali psicologi lo sapeva già Platone quando scrisse che imparare non è altro che ricordare. Ricordare ciò che dorme dentro alla coscienza, ciò che è registrato nell’animo profondo.
Si tratta di svelare ciò che è velato, di scoprire ciò che è coperto.
Ed è questo, pure, il lungo “viaggio” di Giardini, segnato da una visionarietà tutta personale, che egli riesume dal suo “io profondo” e l’apre, all’esterno con i suoi dipinti, ricorrendo alla fantasia ed all’invenzione.
Un’invenzione da sogno che assume aspetti surreali, ma dove la presenza dell’“uomo Giardini”, incombe sempre con forza. Ma analizziamo i vari periodi della pittura del maestro vigevanese. Indubbiamente, nei primi dipinti, si avverte la sua lunga esperienza nelle sperimentazioni delle percezioni visive e delle varie tecniche della comunicazione visiva. Ma non sfugge, ad un occhio attento, l’impostazione derivata dall’esperienza presso un laboratorio di vetrate artistiche. Sono queste esperienze che lo porteranno ad affrontare, con disinvoltura, quadri di grande dimensioni quali quelli realizzati per la metropolitana di Napoli. L’aspetto di questi lavori rivela l’impostazione derivata dalle varie tecniche affrontate nel campo della comunicazione visiva, ma anche in quello della grafica fumettistica, mentre sempre più costante e interessante si presenta la tavolozza.

“I giardini del sognatore”
Indubbiamente, è con il ciclo “I giardini del sognatore” che l’artista sente forte il richiamo verso la pittura e la necessità interiore di esprimere, attraverso essa, un mondo e sensazioni, sino allora soffocate, con le quali rappresentare una popolaresca stupefazione, una intercambiabilità metamorfica, uno stravolto affastellamento di personaggi ed interpreti, oggetti inanimati o di natura: esasperazione di un discorso visivo, iperbole immaginativa, che qua e là, ha del visionario profetico. Insomma, con i “giardini del sognatore” si scopre in Giardini l’artista. Questi suoi dipinti rivelano la spazialità totale del sogno e il pittore si sente libero e liberato solo attraverso i sogni che esprimono il suo mondo interiore, sino allora fortemente compresso.
Lo fa, con ampio respiro cromatico, in mezzo a giardini lussureggianti ma, irrimediabilmente, chiusi da muretti e cancelli che i pensieri dell’artista riescono a superare, attraverso sogni trasformati in voli di colorati uccelli che trovano finalmente la gioia della libertà. E’ la libertà di Giardini “sognatore”, immobile nel suo letto, in mezzo a tanta lussureggiante verzura, sola cosa che gli permette, almeno, di riposare.
Un’attenta analisi freudiana porta a comprendere come quelle che Giardini chiama “invenzioni”, in realtà, rappresentano una vera liberazione di stati d’animo compressi e soffocati nel suo io profondo.
Forse, è da quei giardini che l’artista da inizio a quel viaggio” immaginario verso la libertà interiore, che lo dovrebbe portare poi, per mano, verso la vera scoperta di quel mondo di cui Giardini “sognatore” era prigioniero, se pure in un’oasi “dorata” di lussureggiante verzura.
I colori di Giardini, che richiamano alla memoria quelli del ciclo dedicato ai “contrabbandieri”, cominciano ad essere meno cupi, anche se la gamma dei viola e dei blu cobalto denuncia una “pre-prigione” del sogno che viene, inesorabilmente, bloccato dal muro di cinta e dal cancello dell’immaginifico giardino.
Poi, i colori divengono sempre più chiari e brillanti ed il “sognatore” Giardini può, finalmente, giacere nel suo lettino bianco, senza l’oppressione delle coperte. Mentre la visione si allarga attorno a lui, lasciando più libero spazio a pensieri e sensazioni soffocati sino allora, nel suo “io” profondo, nero o rosso che fosse. In questo ciclo, ciò che il pittore chiama “invenzione” sa tanto di creatività controllata dalla ragione che diventa liberazione da angosce e disagio interiore. Comunque sia, ora Giardini è artista vero, con la “A” maiuscola, e da inizio a quel “viaggio” romantico-visionario che lo porterà sino alle soluzioni pittoriche attuali.
Un “viaggio”, al di là del muro, verso uno spazio immenso, dove i suoi “contrabbandieri” si muovono piccoli piccoli, “neri pensieri” da cacciare fuori dei confini della creatività pura.
Quei “contrabbandieri”, la cui visione era rimasta impressa nell’animo di Giardini fanciullo, protetti da uno spazio immenso di cielo e natura. Una natura forte, dove si scorge il volo libero del rapace, mentre un piccolo rifugio illuminato rappresenta l’unica speranza di certezza di quei contrabbandieri che, nella simbologia freudiana, rappresentano esuli, neri pensieri, in viaggio dal profondo dell’animo dell’artista vigevanese, alla ricerca di una certezza nella realtà quotidiana. Interessanti, da un punto di vista analitico, sono “le memorie di fine millennio” del 92, dove i vasti giardini protetti sono trasformati dal maestro in vetrinette aperte, custodi di vasi di coccio, contenitori di pensieri colorati, liberi pure di volare. Come nati da una specie di lampada di Aladino e dove l’artista riposa disteso ma libero di scendere dalle scansie della vetrina per proseguire il suo “viaggio” attraverso la pittura veduta come autoanalisi liberatoria. Si coglie l’attimo di stupore nella mano che copre gli occhi, meravigliati, dei personaggi di Giardini, quasi increduli di potersi librare verso la piena libertà, come i pensieri racchiusi nei vasi di coccio.
Quale grande immagine surrealista quella di Giardini che si permette di illuminare il tutto, compreso il suo inconscio più profondo, con la semplice fiammella di un cerino!

“Homo sapiens”
Il ciclo “Homo sapiens” del 97 dimostra un’ulteriore invenzione/evoluzione artistica di Giardini legata a mutamenti del pensiero creativo dell’artista e evidenti nelle opere che caratterizzano questo periodo, in cui l’elemento colore e la tavolozza del pittore vigevanese divengono una costante e gli permettono di essere riconosciuto, immediatamente, al di là dei contenuti dei dipinti.
Quella dell’homo sapiens rappresenta, pertanto, una novità nella pittura di Giardini, non solo nel contenuto delle opere tese ad un’essenzialità massima del soggetto, ma perché manifesta una decisiva evoluzione dell’animo di Giardini, uomo e artista.
Homo sapiens che riflette. Homo sapiens che preferisce tacere prima di esprimersi o di decidere come muoversi nel viaggio della vita.
Indubbiamente, l’homo sapiens che prende corpo nelle tele di Giardini oltre a divenire un “messaggio” ed un invito alla prudenza per l’umano, rappresenta, un severo autocontrollo di se stesso.
“Homo sapiens” o elegia del dubbio! Novità assoluta o quasi in pittura, se la si considera da un profilo strettamente psicologico! Ma quello che in particolare ci colpisce, di questo periodo di Giardini, è l’essenzialità dei dipinti “giocati” con pochi ma intensi, brillanti colori. La ripetitività contenutistica appare una specie di “sosta” nel viaggio del pittore, una sosta quasi obbligata per una contemplazione assorta delle cose che lo circondano, della natura che finalmente si fa osservare dall’artista, senza costringerlo ad una prigionia “dorata” come ai tempi dei suoi “giardini”.
Allora era solo il sogno che nasceva libero dall’inconscio, ora è la razionalità che sta procedendo di pari passo con la fantasia creativa, finalmente liberata da quei “laccioli” dell’anima che la soffocavano, concedendo così al pittore, quell’immenso respiro per una visione più ampia dell’umanità e del mondo che la circonda.
Anche l’elemento femminile, nella sua sensuale nudità, “tace” con la bocca fasciata per non dire o dire ciò che potrebbe interrompere quel meraviglioso senso di incantamento e di poesia che la donna di Giardini emana con quell’aria ricca di attesa e di stupore.
Le mani della donna sono più della parola esplicative di desideri e di ciò che ella possa volere dall’homo sapiens.
E’ questo, del maestro, un periodo intensissimo artisticamente preceduto negli anni 93-94 dal ciclo dell’”Uomo che parla con le cascate”.
Un ciclo pittorico contemplativo, questo, dove protagonista è la grande cascata che cade con scroscio assordante e querulo, in una specie di oasi paradisiaca e dove un vecchio saggio dalla barba bianca, ne ascolta incantato i racconti della vita incamerandoli nel profondo del cuore e della mente. Anche se la piccola oasi verde, dove cala la grande cascata, è ancora un piccolo circuito chiuso dal quale l’“homo rudens” si appresta ad uscire, per affrontare finalmente da “homo sapiens” il difficile ma libero cammino della vita con un “viaggio” per il mondo. Capace, finalmente, di pensare da solo, di camminare da solo, di godere da solo, di creare, anche, da solo, dopo avere raggiunto una serenità interiore, sino a pochi anni prima negatagli dal mondo circostante, quando era, il suo io profondo, condizionante della libertà creativa e artistica.
E’ questa di Giardini l’ultima “sosta” di un viaggio ideale, che può ora riprendere spedito con quella immaginifica corriera della fantasia e della creatività, che lo ha sempre atteso dietro l’angolo delle sue soste esistenziali.
Gli ultimi dipinti di Giardini, e comunque quelli degli anni più recenti, vedono il maestro lombardo in viaggio: viaggio, finalmente, senza confini o recinzioni. Un viaggio dell’anima, della ragione e della fantasia, che lo porta alla scoperta di un mondo sempre più idealmente incontaminato.
Quello attuale rappresenta il mondo più genuino, più vero, più interessante, di un Giardini artista maturo, ma anche di Giardini uomo.
Un Giardini più dolce, galante, composto, contemplativo, fantastico e al tempo stesso sereno, che guarda la vita con in mano un bouquet di fiori, segno di amicizia e di amore, di aperto colloquio con la natura ed il mondo che lo circonda e, nel caso specifico, con l’altro sesso.
C’è, nei suoi ultimi dipinti, un senso di pace, di affermazione timida di se stesso e del suo mondo.
Un personaggio dal sapore quasi “chagalliano” che si muove in un mondo quasi surrealistico, moderno, felliniano, in uno spazio totale non più prigioniero di cancelli, muretti, giardini incantati, cascate circoscritte, ma capace dei esprimersi liberamente con il pensiero e la creatività espressiva, che trova nel colore e nel segno grafico la più ampia completezza ed originalità.
Indubbiamente, l’arte, quella che vale, deve manifestarsi, sì, attraverso contenuti strettamente cromatici, che devono essere, però, promossi da un pensiero di fondo, da una creatività anche sofferta, propria dell’artista.
Picasso diceva che arte vera è soprattutto sofferenza dell’artista.
Non è obbligatoria per noi la sofferenza dell’artista nel creare, ma è indispensabile una forte partecipazione del cuore per essere creativo.
Insomma non nascono opere d’arte senz’anima. Se mancano questi ingredienti l’arte si riduce a semplici esercizi meccanici, fatti di apprendimenti anche perfetti delle varie tecniche pittoriche, ma che portano a soluzioni senz’anima. Anche gli olii su carta di Giardini, dimostrano un tratto essenziale, incisivo.
Anche le donne nei suoi dipinti assumono un aspetto seducente ma mai volgare. Donne sognate, idealizzate, quelle di Giardini, vedute attraverso una visionarietà di sogno. Bello e significativo il dipinto “Tango”, dove il maestro si muove con sicurezza, insieme a una donna finalmente vicina. Altrettanto splendida, originale è l’opera “Danubio” del 1999, che rappresenta la famiglia al completo, moglie, figlio, cane, in una pausa di viaggio cui fa da sfondo il Danubio. Un’immagine questa di sapore “felliniano”, tanto cara al maestro di Amarcord.
Come elegiaci sono i suoi paesaggi di un recente viaggio in Toscana, dove l’austerità del cipresso non ammette svolazzi particolari alla fantasia, ma dove si avverte perfettamente quell’atmosfera e quell’humus che solo il paesaggio di Toscana può offrire. Concludendo: tutto il viaggio in pittura di Cesare Giardini può essere considerato, dunque, autobiografico?
Lasciamo tale considerazione, e la riflessione, a coloro che si avvicinano ed amano le opere di Giardini e che riescono ad identificarsi nel suo mondo, che poi è quello comune a molti.

Gilberto Magioni

Cesare Giardini’s journey” continues, inexorably, in the latest cycle of his artistic life.

Giardini, from Vigevano, is a unique artist, who, in his career, ritually sheds his old skin so that he can, once again, begin rewriting his own existence with paint and brush.
Giardini’s world is like a photographic plate containing a picture that has not yet been fully developed. The image of life is there in all its detail and, like the image on the photographic plate, will produce a picture once it has been developed.
Human existence is the dark room of the soul; oblivion, the unconscious, a blind spot. If there were light, or sun, consciousness, or memory the development process would be impeded.
The soul, or the spirit personified, has undoubtedly always existed as the divine “spark” in each of us that has chosen a “vehicle” in which to manifest itself on earth.
In his work “De Senectute” Cicerone stated that “…men know many things before they are born and, in their infancy, have an immense capacity to grasp innumerable facts which they wouldn’t otherwise be able to understand so quickly if these didn’t already exist in their mind, to be recalled and remembered”.
There is a blind spot in our soul that our consciousness cannot see: the unconscious, where all our past experiences are deposited and conserved. Nothing is ever lost forever and our past follows us like a shadow, even if we are not aware of its presence. The transformation of all things is inevitable. Change is in fact an intrinsic part of life without which it would not grow into increasingly evolved forms according to the laws of nature. Man is on an infinite “journey” that started when he came to this earth and continues through different phases of our existence.
This is the way the journey of life is represented in Giardini’s paintings, a journey that he first expressed with his “Garden of Dreams” work in 1983 and which continued with his series “The Desert of the Tartars” and the wonderful group of works dedicated to the “The man who talks to waterfalls”.
All these themes have their origin in the unconscious life of the artist. So what is the unconscious, if not the soul that conserves all experiences of past life?
The personified spirit, with all its capacities, is in contact with the essence of life itself. However, it does not communicate what it knows to our conscious self, which only happens in certain circumstances.
Plato knew this thousands of years ago, before the birth of modern psychology, when he wrote that learning is simply a matter of remembering; remembering what is dormant inside our consciousness, the memories deep in our souls.
The idea is to unveil what is hidden, to discover what is covered up.
This too is part of Giardini’s long “journey” characterised by his own personal vision which he invokes from his “deep self” and externalises in his work, using imagination and invention.
A type of invented dream with a surreal streak, where man is depicted as a threatening presence by the artist. Let us analyse the various periods in the artistic life of this painter from Vigevano. His first pictures clearly show the years he spent experimenting with visual perception and various visual communication techniques. However, the layout, derived from his experience in an decorative glass laboratory, will not escape a trained eye. These experiences gave him the experience and confidence to produce large canvases such as those commissioned by the Naples underground. The way these works have been painted clearly displays an approach to layout derived from his experience with various techniques used in the visual communications field and also in cartoon graphics, while his use of colour becomes increasingly more defined and interesting.

“The dreamer’s gardens”
Without a doubt, “The dreamer’s gardens” expresses the artist’s natural talent for painting and his need to depict a world of sensations, until now suffocated, formed of naive wonder, interchangeable metamorphosis, a twisted jumble of characters and personalities and inanimate and natural objects. His work represents the exasperation of a visual discourse, imaginative hyperbole, flashes of what can only be visions of a prophetic mind. Thus, “The dreamer’s gardens” reveals the artist in Giardini. These pictures transmit the infinate sense of space in dreams and it is only through dreams that the painter feels free, expressing an interior world, unintelligibly condensed up until then.
Giardini does this with an eclectic use of colour, in the middle of lush gardens, which are irremediably confined by walls and gates which the thoughts of the artist are able to overcome through dreams transformed into flights of colourful birds that finally experience the joy of freedom. This is the freedom of Giardini the “dreamer”, motionless in his bed, in the middle of the lush foliage, the only thing that gives him the chance at least to rest.
Through a careful Freudian analysis of his work, what Giardini refers to as “inventions”, in reality represent the liberation of moods condensed and suffocated in his deepest self.
Perhaps those gardens are where the artist started his imaginary “journey” towards interior freedom, which promised to lead the viewer by hand, towards the discovery of the world in which Giardini the “dreamer” was a prisoner, despite this being a golden oasis of lush vegetation.
The colours Giardini uses, which call to mind those used in the works dedicated to the “smugglers”, start to become less opaque, even if the range of violet and cobalt blues reveals a phase in the dream before the imprisonment that is ineluctably inhibited by the perimeter walls and the gates of the figurative garden.
The colours then become increasingly lighter and brighter until Giardini the “dreamer” can finally lie in his white bed without any oppressive covers. At the same time, the artist’s vision unfolds around him, leaving him more space for thoughts and sensations that until then had been suffocated deep in his inner self, some black, some red. In this cycle, what the artist refers to as “invention” is in fact creativity controlled by reason and the liberation from interior anguish and anxiety. Whatever the explanation, this established Giardini as a true artist, and heralded the start of a romantic, visionary “journey” that has lead inexorably to the latest works in his collection.
His “journey” takes us beyond these walls, towards an immense space, where his tiny “smugglers” move about, “black thoughts” to expel beyond the boundaries of pure creativity.
The “smugglers”, which remained etched on Giardini’s soul from when he was a boy, are protected by an immense expanse of nature and sky. Giardini’s nature is a powerful force, where a bird of prey flies freely, while a small illuminated refuge represents the only hope of certainty for the smugglers, who as Freudian symbols, represent exiles, black thoughts, travelling from the depths of the artist’s soul, in search of truth in everyday life. From an analytical point of view, his works “memories from the end of the millennium” (1992), are particularly interesting, as vast protected gardens are transformed by the artist into open show cases, with terracotta vases, vessels containing colourful thoughts, free to fly at will.
Created from a kind of Aladdin’s lamp, the artist is resting and is free to come down from the shelves he is lying on, to continue, through his painting, on his “journey” of liberating self-analysis. The hand that covers the astonished eyes captures the moment of surprise as the characters in Giardini’s work, cannot quite believe they can almost completely free themselves, just like the thoughts closed in the terracotta vases.
Giardini displays his ability to create surrealist images by using the simple flame of a match to illuminate his work, and at the same time his deepest unconscious.

“Homo Sapiens”
The “Homo Sapiens” series represents a further artistic development of the themes addressed in “Gardens” linked to the changes in the creative thoughts of the artist which emerge in his work in this period. The use of colour becomes the dominant characteristic of his work to the point where they are immediately recognisable regardless of their content.
Homo Sapiens represents a new development in Giardini’s paintings, not only in relation to the existentialist contents of his work, but also because they display a significant evolution in the soul of the artist.
“Homo Sapiens” reflects this moment, a work that represents a pause before expressing or deciding which direction to take in the journey of life.
Without a doubt, the Homo Sapiens that takes shape in Giardini’s paintings, as well as being a “message” and an appeal to humanity to be cautious, represents the severe self-control of the artist himself.
“Homo Sapiens” or the elegy of doubt! An absolute innovation in painting, or almost, if viewed from a strictly psychological point of view. The most striking thing of all however, in this period of Giardini’s career, is the simplicity of his paintings done using only a few bright and intense colours. The repeated contents appears to be a kind of “break” in the painter’s “journey”, an almost mandatory pause to contemplate the things that surround him, with nature itself finally revealing itself to him, without confining him to a “golden” prison unlike in the “garden’s” works.
What at the time was only a dream that rose freely from the unconscious, is now the intricate dance of rationality and creativity, finally free from the “snares” of the soul that suffocated it, allowing the artist to take an immense breath and form a wider vision of humanity and the world that surrounds him.
Even the female figure, naked and sensual, has been silenced so as not to speak or spoil that enchanting sense of wonder she emanates, charged with expectation and amazement.
The woman’s hands utter her desires more than words ever could and express the things she longs for from the Homo Sapiens.
This is an intense artistic period in Giardini’s life preceded by the cycle “The man who talks to waterfalls” painted between ’93-94.
This is a contemplative cycle, where the main subject is the large waterfall that crashes with a deafening and querulous roar, into a kind of oasis where an old sage with a white beard listens in rapt silence to the tales of life and stores them in the deepest part of his heart and his mind. The small green oasis into which the waterfall flows is however still a small closed circuit from which the “Homo Rudens” is preparing to leave, to finally face up to the difficult walk of life on a journey around the world as a free “Homo Sapiens”.
Finally he is capable of independent thought, of walking alone, of experiencing pleasure, of creating, even on his own, after obtaining inner serenity, which until a few years before had been denied to him by the outside world, when his deepest self conditioned his artistic and creative freedom.
For Giardini, this is the last “stop” on an ideal journey that is once again ready to depart on that imaginative train of fantasy and creativity that was waiting around the corner of every one of his existential “stops”.
Giardini’s latest works, or those produced in recent years, depict the artists journey; a journey finally without any boarders or enclosures. This is journey of the soul, of reason and of fantasy, a voyage of discovery into a world that is always less contaminated and more ideal.
Giardini’s current world is the most lifelike, real, and interesting which demonstrates the maturity of the artist, as well as Giardini the man.
Here Giardini is more gentle, gallant, composed, contemplative, imaginative and at the same time calm, looking at life with a bouquet of flowers in his hand, as a sign of friendship and love, of an open dialogue with nature and the outside world, and with the opposite sex.
In his latest paintings, there is a sense of peace, the tentative affirmation of himself and his world.
A Chagall like figure that inhabits a surreal, modern, Feliniesque world, no longer the prisoner of gates, walls, enchanted gardens, or circumscribed by waterfalls, capable instead of expressing himself freely with his thoughts and creativity given complete licence with the brilliant use of colours and images.
Undoubtedly, real art is based on the use of colour but more importantly, its use must be the manifestation of a fundamental thought, a creative impulse that originates from the artists suffering.
Picasso used to say that real art is above all a manifestation of the artist’s suffering.
For us, the most important thing in the creative process is not the artist’s suffering but to know that the artist has put his heart into his work.
Works of art are simply not created without soul. If these ingredients are missing art is reduced to a simple mechanical process, acquired through learning various painting techniques, only to produce works without soul. Even the oil on paper works by Giardini display an essential instinctive impulse.
Even the women in his works acquire a seductive aspect that is never vulgar. Giardini’s images of women are idealised products of the visionary power of dreams. “Tango” is a beautiful and significant work as the artist moves with confidence, finally with a woman close to him. Just as delightful and original, is “Danube” (1999) a painting of his family: his wife, son and dog who have stopped for a rest, with the Danube in the background. A very Feliniesque image and the kind the director of Amarcord loved.
His elegiacal works on the other hand are based on a recent trip in Tuscany, where the austerity of the cypress trees inhibits wild flights of fancy, but where the sense of the atmosphere and soil of the Tuscan countryside is perfectly captured. An obvious question arises from his works: can Cesare Giardini’s journey in painting therefore be considered autobiographical?
Let us leave that thought to those who are intimate and love the work of Giardini and who are able to identify themselves in his world, which is also a world common to many.

Gilberto Madioni

Testo di Lorella Giudici

Cesare Giardini ama la pittura. Ama le tinte stese a pennellate brevi e fitte. Ama dipingere in modo leggero e trasparente. Ama il colore più del disegno, l’impressione più della forma, l’ingenuità più della presunzione.
Difficilmente i tocchi di pennello rispettano i limiti della figura, si organizzano in contorni, seguono il perimetro delle cose.
Ovattato, leggero, inconsistente come la superficie delle nuvole, il colore gode di assoluta libertà e si muove anarchicamente su tutta la superficie.
Dal canto suo, la tela beve quel composto di trementina e ne assorbe tutta la consistenza. L’effetto è quello di un soffio, evanescente, volatile, inafferrabile.
Apparentemente è uno stile che rasenta l’approssimazione, il primitivo, non sa nascondere le proprie incertezze e le proprie debolezze, in realtà è capace di stupire, di interessare, di piacere.
In questa sua disarmante semplicità, in questa sua personale sinteticità, quest’arte non prevede ne arroganza ne certezze, semmai è foriera di stupore e di una fresca immediatezza.
Le immagini di Giardini arrivano dalla memoria, appartengono ai ricordi e, come spesso accade, affiorano all’improvviso, senza un perché, si avvicendano l’una all’altra, prive di logica e di pragmaticità.
Donne, uomini, persone incontrate nel tempo emergono dal passato e passeggiano nel limbo della malinconia, del rimpianto, del perdono (il cane andaluso).
Lo sforzo stesso che compiono li deforma, li riassume perché, si sa, la memoria per i contorni ha lenti sfocate e difettose, però è ben disposta ai sentimenti e alle emozioni (le rose di Prevert).
Giardini è l’ultimo dei romantici?
Forse, se per romanticismo intendiamo la sfera dell’emotività, l’identificazione totale con la natura e il mondo, l’esaltazione dello spirito e la sublimazione della liricità.
Così L’aquilone, una veduta di friedrichiana memoria – con l’uomo solitario sulla cima del picco e le valli sottostanti -, diviene il racconto di un contemplatore la dichiarazione poetica di un affabulatore, di un inguaribile ottimista perché, caso mai, il male è dentro di noi, non in ciò che ci circonda.
Laggiù, in un contesto quasi rodariano, un piccolo aquilone giallo ha preso il posto del sole e, tra l’azzurro di un cielo terso e rarefatto, ha il privilegio di danzare sulla linea appena ondulata di montagne color del glicine.
Anche i personaggi a mezzo busto (L’uomo con i guanti ad esempio), dall’apparente aspetto aggressivo, dai lineamenti ribelli e maledetti, sono fatti più di aria che di nervi, di storia che di vita, di impalpabile e tenero celeste che di sostanza.
I loro occhi non guardano, semmai sognano, ricordano, si perdono, narrano. E, spesso, il loro è un racconto incantato, magico, fantastico.
E’ il caso de L’uomo che giocava con le rose: una poesia scritta con i colori, un verso dipinto con la metrica del vento, con il ritmo della danza e il profumo intenso dei fiori.

Lorella Giudici

Appunti di Viaggio

Nel bellissimo spazio di Santa Maria Gualtieri Cesare Giardini espone, per la prima volta a Pavia, alcune opere significative della sua ricerca di pittore e delle tele, recenti, inedite. Il viaggio è un tema affascinante che coinvolge tutte le letterature e le arti di ogni epoca e paese. I critici e gli storici dell’arte che hanno scritto sulla pittura di Cesare Giardini, sovente, citano Omero, Marco Polo, fino a Gauguin, Proust e Fellini. Il viaggio, nell’era moderna, è stato ispiratore di tanta poesia, basti pensare all’Invitation au vojage di Charles Baudelaire, di molti romanzi, a partire da Stevenson e Conrad, di tanta musica, pensiamo a Dylan e prima di lui alla letteratura della Beat generation con il Kerouac di “On the road” in testa a ispirare moltissimi film anche recentissimi.
Oggi, più che mai, molte avanguardie guardano al viaggio come metafora dell’esistenza umana per potersi esprimere usando vari linguaggi. Del resto James Joyce ha scelto l’Ulisse per scrivere il libro che ha sovvertito la scrittura. L’idea che ha del viaggio Cesare Giardini è di tradurre le emozioni provate in fare pittura per raccontare storie di uomini, paesaggi e cose. Personaggi conosciuti o intravisti soltanto, paesaggi visitati o immaginati, cose sognate o ritrovate in chissà quale angolo della memoria. Dopo ogni viaggio reale, con i giusti tempi della decantazione, Cesare Giardini ha realizzato quadri che a modo suo, sintetizzano l’essenza dei luoghi visitati, ritrovandone le asprezze, le luci di un certo giorno ad una certa ora, quasi i profumi e le sonorità. Così è avvenuto per la Spagna e il Portogallo, per il Marocco, per Sorrento e la Sicilia. Affiorano, però a volte, anche ricordi più antichi del Danubio, dei Carpazi e del Mar Nero o della Bretagna, delle sue radici valdostane o della terra di Lomellina con i suoi misteriosi colori, le sue nebbie, i suoi spazi infiniti che insieme incantano o intristiscono. Guardando molti suoi quadri ritroviamo spesso, più o meno celata, una corrierina blù che si inerpica su improbabili salite o fa capolino da dietro un colle. Questa corriera è diventata un oggetto d’affezione per l’artista e nello stesso tempo il simbolo di una possibilità, forse più umana, di un modo di viaggiare che ci consente, con nuovi occhi, di osservare le piccole cose, le nuvole, le case, gli alberi,il vento e i colori delle colline che all’orizzonte si fondono nei mille azzurri dorati del cielo.

Luisanna Dalù